Procedimento Penale
QUALCHE RIFLESSIONE CIRCA LE DICHIARAZIONI DELL’INDAGATO
Autore: AMBROGIO MOCCIA – Formatore, già Presidente della V Sezione Penale del Tribunale di Milano, Componente della Commissione del Concorso in Magistratura in corso di svolgimento
Le dichiarazioni provocate: L’assunzione di dichiarazioni da parte del destinatario del procedimento penale (l’indagato-imputato) è attività particolarmente delicata sotto il profilo (1) delle potenzialità probatorie. (2) delle garanzie personali.

 
Le dichiarazioni provocate

L’assunzione di dichiarazioni da parte del destinatario del procedimento penale (l’indagato-imputato) è attività particolarmente delicata sotto il profilo (1) delle potenzialità probatorie. (2) delle garanzie personali.

1. In tesi, ovvero nell’ipotesi in cui l’attività investigativa condotta innanzitutto dalla polizia giudiziaria e quindi dal pubblico ministero sia stata utilmente orientata, l’indagato-imputato è la fonte di prova più documentata.

Intendo rimarcare una importante banalità: se, adempiendo con capacità (e quella dose di che normalmente premia gli investigatori sagaci e tenaci) al disposto dell’articolo 55 del codice di rito, la p.g. ha al Pubblico Ministero come destinatario delle indagini preliminari proprio l’autore del reato (il della terminologia cara al Guardasigilli Rocco), ecco che i soggetti chiamati a preparare e curare lo svolgimento dell’azione penale si trovano ad avere a disposizione l’unica fonte ricostruttiva in grado di riferire dell’illecito penale ogni fase, dall’ideazione alla realizzazione, fino all’immediato post-factum. Se è vero, come è vero, che la confessione non è, nella nostra sistematica penalprocessualistica, prova (anche la confessione va valutata dal giudice, al pari di qualunque altra prova, non è men vero che un procedimento penale nel quale il sospettato-indagato-imputato ammetta le proprie responsabilità è (positivamente, dal punto di vista degli inquirenti) segnato dalla prospettiva di fruttuoso esercizio dell’azione penale.
Lo sapeva bene Torquemada, il proverbiale (ed altrettanto esecrabile) propulsore dell’Inquisizione spagnola, il quale la confessione, da parte delle persone sospettate di stregoneria e dintorni, cercava – di solito con successo – di ottenerla anche con maniere molto spicce.

Ovviamente sto proponendo un paradosso, una provocazione; ma il riferimento grossolanamente storico sta a sottolineare quanto, con l’evoluzione dei tempi e dei costumi, la confessione abbia perso nel mondo occidentale quel valore risolutivo del processo penale che essa aveva nel passato (remoto ma non troppo), e che, per la verità, essa continua ad avere in procedimenti disciplinari da codici di civiltà lontane (sotto il profilo geografico ma non solo) dalla nostra.

2. Di sicuro, chi ha commesso il reato (quindi, nell’ipotesi, lo rimarco, che l’azione penale sia stata utilmente indirizzata) è fonte di prova da prendersi con le (in senso figurato, non in senso letterale, per carità; ho abbandonato già da qualche riga la metafora-Torquemada): salvo che, per resipiscenza, >

Note:
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per calcolo processuale, per qualsivoglia nobile o utilitaristica, spontanea o suggerita ragione, avverta l’impulso di confessare, egli ha tutto l’interesse – nel senso strettamente giuridico-procedimentale, ché la sfera dell’etica non può che rimanere esclusa dalle nostre considerazioni – a mentire, per ostacolare l’accertamento delle proprie responsabilità, o della pienezza delle proprie responsabilità.

Ecco che l’escussione del sospettato-indagato-imputato è attività procedimentale disciplinata con particolare rigore formale e sensibilità garantistica dal legislatore (contemporaneo ed occidentale).

Essa prende nomi diversi (e risulta governata da ben differenti regole quanto ad utilizzazione delle dichiarazioni assunte) a seconda dell’Autorità che procede e della fase nella quale interviene:

a) l’escussione del sospettato operata dalla polizia giudiziaria quando procede di sua iniziativa, escussione disciplinata dai commi da 1 a 4 dell’articolo 350 cod. proc. pen., prende il nome codicistico di sommarie informazioni utili per le investigazioni assunte dalla p.g. [ma la pratica forense continua – non del tutto inopportunamente – a chiamare tale escussione interrogatorio di polizia giudiziaria – n.d.e.];
b) l’escussione dell’indagato operata dal Pubblico Ministero prende il nome di interrogatorio. Tale adempimento può essere dal P.M. delegato alla polizia giudiziaria, secondo l’espressa indicazione dell’articolo 370 del codice di rito.

c) l’escussione dell’imputato condotta in dibattimento dalle parti prende il nome di esame.

Le dichiarazioni spontanee rese alla polizia giudiziaria

Se l’interrogatorio – quale ne sia il nome e la disciplina – è lo strumento mediante il quale si assumono le dichiarazioni del presunto autore del reato, non va tuttavia dimenticato che è in potere (anche) della polizia giudiziaria (ed anche dei meri agenti di polizia giudiziaria, si ricordi!) ricevere da parte dell’indagato dichiarazioni spontanee, cioè non provocate da domande su fatti specifici.

E non va dimenticato che di tali dichiarazioni è dovere procedere a documentazione mediante verbale, come ammonisce il disposto del secondo comma dell’articolo 357 del codice di rito.

Considerata l’importanza del tema, mi riprometto di tornarvi, per fornire una panoramica sistematizzata delle acquisizioni giurisprudenziali in argomento.

Perché dottrina e giurisprudenza di merito possono offrire un importante supporto alla preparazione professionale. Ma nel nostro assetto giudiziario la parola “fine” è attribuzione esclusiva della Corte di Cassazione.

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