Anticorruzione
BREVI RIFLESSIONI SULLA NORMATIVA IN TEMA DI CORRUZIONE IMPROPRIA NELL’ITALIA DI OGGI
Autore: AMBROGIO MOCCIA - Formatore, già Presidente della V Sezione Penale del Tribunale di Milano
I tristi episodi di cronaca che da qualche tempo si succedono in ordine alla condotta dei soggetti detentori di pubblici poteri derivanti dall’esercizio di una funzione

 
I tristi episodi di cronaca che da qualche tempo si succedono in ordine alla condotta dei soggetti detentori di pubblici poteri derivanti dall’esercizio di una funzione che si vorrebbe svolta con granitica onestà attestano come sia di permanente attualità la problematica della disciplina legislativa della corruzione.

E, purtroppo, inducono a pessimismo circa l’effettiva capacità di intimidazione e, quindi, di prevenzione delle recenti novelle legislative in materia. Novelle che sono state più insistite che organiche, e che non hanno, come è evidente, raggiunto l’obbiettivo che avevano “promesso” di conseguire.

Emblematica la vicenda della disciplina normativa del delitto di cui all’art. 318 del codice penale.

Aveva da subito, in noi operatori del diritto, suscitato qualche apprensione rispetto alle aspettative di certezza del diritto la rimodulazione del “vecchio” reato di corruzione impropria, di cui all’art. 318 cod. pen., il quale ha cambiato significativamente anche denominazione: non più quella di “corruzione per un atto d’ufficio”, bensì quella – innovata - di “corruzione per l’esercizio della funzione”.

Mentre, nel previgente testo codicistico, la condotta illecita tratteggiata dal primo comma era quella del “pubblico ufficiale che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta o ne accetta la promessa” e quella descritta dal secondo comma era quella del pubblico ufficiale che “riceve la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto” [la dottrina e la giurisprudenza parlavano, quindi, rispettivamente di “corruzione impropria antecedente” e, per la seconda ipotesi, di “corruzione impropria susseguente” – n.d.e.], ora la norma incriminatrice speciale, >

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in un unico comma, sanziona (peraltro con pena significativamente aumentata dal disposto dell’art. 1, comma 1, lett. n) della Legge 3 del 2019!) il “pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa”.

Cancellato, dunque, dalla nuova formulazione legislativa quel vincolo “sinallagmatico” (da prestazione a controprestazione) che prima ed in scia a risalente tradizione caratterizzava le fattispecie incriminatrici tutte in materia di corruzione.

Oggi è, dunque, del tutto possibile la configurazione del reato anche nei casi in cui l’esercizio della funzione pubblica non sia destinato a concretizzarsi (o non si sia già concretizzato) nel compimento di uno specifico atto.

Quanto la scelta del Legislatore sia risultata utile al contrasto della corruzione la cronaca giudiziaria sta a testimoniarlo…

Viene di considerare, allora, a proposito della opzione legislativa di prevedere sanzioni di…stratosferica severità (la reclusione da tre a otto anni, nel caso di specie) per condotte che possono essere anche di connotazione criminale decisamente modesta (si pensi al funzionario comunale che accetti il “regalo di cortesia” natalizia dal professionista che diuturnamente si interfaccia con il di lui ufficio), che bisogna stare in guardia contro il rischio che si materializzi nell’oggi normativo un pericolo da sempre avvertito.

Un pericolo che Anacarsi, uno dei sette savi vissuto nel sesto secolo avanti Cristo, con estremo pessimismo così evocava a proposito dell’efficacia delle norme giuridiche:“Le leggi sono come le tele di ragno, in cui solo i deboli restano inviluppati, mentre i potenti le spezzano e se ne liberano”.

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